Risk driver e prospettive

Il rischio politico a medio-lungo termine della Malesia, da lungo tempo secondo in classifica, rimane tra i più bassi dell'Asia. Questa solidità si deve a una prolungata stabilità macroeconomica e a una grande apertura economica in una regione estremamente dinamica del sud-est asiatico, fattori che negli anni hanno portato alla solidità delle variabili economiche fondamentali: basso debito estero, eccedenza delle partite correnti, inflazione sotto controllo, forte crescita media. L'economia malese, trainata dalle esportazioni, si è in qualche modo riequilibrata grazie al continuo aumento della domanda interna e dei consumi privati. La popolosa classe media sostiene la crescita in misura sempre maggiore, ma ha anche alimentato un forte, quanto allarmante, indebitamento privato. Inoltre, la Malesia è moderatamente vulnerabile agli shock esterni, quali ad esempio la frenata Cinese (che si ripercuote anche sugli altri mercati di esportazione della Malesia), l'indebolimento della domanda USA/UE e l'uscita della Fed dal programma di quantitative easing. Quest'ultimo aspetto, in particolare, potrebbe innescare un nuovo ciclo di fughe di capitale e svalutazioni monetarie, anche se di natura transitoria, considerati il giudizio positivo degli investitori e la rassicurante condizione delle riserve valutarie. Il netto deterioramento delle finanze pubbliche nel periodo successivo al 2008 ha acutizzato il rischio politico, inducendo il governo ad avviare un programma di consolidamento del bilancio, tuttora in corso, che insieme all'attuale stretta monetaria mira a mantenere la stabilità a scapito di una maggiore crescita. Nel complesso, le previsioni macroeconomiche e l'ambiente imprenditoriale sono favorevoli, tanto da consentire di assegnare il miglior rating al rischio politico a breve termine (1/7) e al rischio commerciale sistemico (A). In futuro, tuttavia, le riforme strutturali e la diversificazione dell'economia saranno fondamentali per evitare la trappola del reddito medio, o middle-income trap.

La continuità politica instauratasi sotto il governo monopartitico è uno dei fattori cardine della ridotta entità del rischio politico malese: è stata di grande aiuto allo sviluppo economico del paese e dovrebbe continuare a esserlo anche in futuro. Dopo le proteste dell'opposizione verificatesi in seguito alla forte polarizzazione del risultato elettorale dell'anno scorso, tuttavia, i rischi d'instabilità interna sono aumentati. Crescono le aspirazioni democratiche e le istanze di una popolazione giovane che chiede riforme liberali e invoca il buon governo, mentre su un altro versante le tematiche etniche continuano ad alimentare tensioni, soprattutto alla luce del fatto che la maggioranza malese gode tuttora di un trattamento  preferenziale.

Fatti & cifre

Pro

  • Stabilità politica e macroeconomica
  • Forte domanda interna di una prospera popolazione
  • Settore bancario solido
  • Creditore estero netto

Contro

  • Dipendenza dalle esportazioni in una regione altamente competitiva
  • Vulnerabilità economica agli shock esogeni
  • Alto livello di indebitamento delle famiglie
  • La posizione di bilancio limita le scelte di politica anticiclica

Principali esportazioni

  • Prodotti elettrici ed elettronici (27% delle entrate correnti), petrolio greggio e GNL (10,4%), turismo (7,5%), prodotti chimici (5,9%) e olio di palma (5,4%)

Categoria di reddito

  • Medio-alta

Re

  • Sultano Abdul Halim Mu’adzam Shah

Reddito pro capite (USD)

  • 10.400

Popolazione

  • 29,7 milioni di abitanti

Descrizione del sistema elettorale (ciclo quinquennale)

  • Elezione del re: (prossima) novembre 2016
  • Elezioni politiche: (prossime) maggio 2018

Capo di governo

  • Primo ministro Najib Razak

Valutazione Rischio Paese

Continuità politica a fronte di una crescente polarizzazione

Dopo la proclamazione dell'indipendenza, avvenuta nel 1957, la Malesia ha vissuto una storia politica senza turbamenti, retta da un unico partito, lo United Malays National Organisation (UMNO), che è il più grande del paese nonché membro della coalizione Barisan National (BN). I 56 anni di governo monocolore hanno avuto il loro fondamento nella forza politica nazionale dell'UMNO e nel duraturo successo economico del paese. La stabilità politica, tuttavia, ha iniziato a vacillare nel 2006, causa una serie di proteste che hanno posto al centro il problema della corruzione e le questioni etniche. Da allora, le ultime due elezioni (2008 e 2013) hanno  fotografato la perdita di popolarità della coalizione al potere. Il Primo ministro Najib Razak (UMNO) è stato rieletto per cinque anni nelle politiche di maggio 2013, ma per la seconda volta consecutiva la coalizione BN si è dimostrata incapace di conquistare la maggioranza dei 2/3 in Parlamento dopo aver riportato la vittoria più  risicata di tutti i tempi contro il blocco dell'opposizione Pakatan Rakyat (PR). La coalizione di governo BN ha comunque conseguito la maggioranza semplice dei seggi e questo, a prima vista, dovrebbe favorire la continuità politica, considerato soprattutto l'acuirsi delle tensioni in seno all'opposizione. Gli ostacoli, tuttavia, non hanno fatto altro che moltiplicarsi per il Primo ministro Najib Razak, che si trova ora a contrastare la crescente resistenza dei sostenitori della linea dura del suo stesso partito e di altri potenziali leader, critici, in particolare, verso la sua politica di riconciliazione nazionale. Pertanto, pur avendo vinto le primarie dell'UMNO lo scorso ottobre, Najib ha visto indebolirsi la sua posizione nel partito, il che spiega le misure a favore dell'etnia malese varate negli ultimi mesi.

Najib ha inoltre perso consenso tra la popolazione a causa del peggioramento delle condizioni economiche dei consumatori e dopo le forti critiche mosse alle istituzioni statali per la cattiva gestione del probabile incidente che ha interessato il volo MH370 di Malaysia Airlines lo scorso marzo. L'inefficienza dimostrata dal governo in questo caso di grande risonanza, oltre alla sempre maggiore insoddisfazione per il livello di corruzione, le presunte frodi elettorali, le misure etniche e la politica economica, sono costati al governo una buona fetta di popolarità. Eppure, Najib, principale forza unitaria in seno all'UMNO, dovrebbe riuscire a mantenere la carica di Primo ministro nel prossimo futuro, considerato soprattutto che di fronte a sé ha un'opposizione divisa. Il PR, infatti, è stato scosso da una sentenza della Corte d'Appello che ha condannato il leader Anwar Ibrahim a cinque anni di reclusione per sodomia. Se fosse confermata dalla Corte federale, la sentenza potrebbe porre fine alla carriera del politico. A questo punto si prevede un periodo di lotte intestine per la successione al vertice del partito che finirà per destabilizzare e indebolire l'opposizione in Parlamento e potenzialmente danneggiare le sue prospettive elettorali nel 2018, a meno che non emerga un nuovo leader forte e credibile. Potremmo quindi dover attendere ancora molto per vedere attuarsi in Malesia il primo trasferimento di potere pacifico e democratico.

Tensioni etniche, corruzione politica e cattiva gestione degli affari pubblici sono i principali rischi per la stabilità politica

Il mutamento del panorama politico si spiega con l'evoluzione della società malese che, sempre più urbana, si fa portavoce di moderne aspirazioni al cambiamento in un paese aperto ma ancora conservatore. La coalizione BN è appoggiata per tradizione dalla popolazione rurale, anziana e povera, mentre il PR trova sempre maggiore seguito tra la classe media urbana e i giovani, stanchi di un sistema corrotto basato sul nepotismo e i privilegi e divisivo delle etnie. L'etnicità è un punto sensibile in Malesia, come testimoniano le sporadiche tensioni interetniche tra la maggioranza malese e la vasta comunità cinese. Tensioni che nascono dalle ineguaglianze e dal trattamento preferenziale di cui hanno goduto i malesi nei lunghi anni di governo del BN e che sono motivate da una maggiore agiatezza iniziale delle minoranze cinesi/indiane in tutte le dimensioni della società malese (lavoro, scuola, alloggi, ecc.). Per rispondere all'avanzata del PR, Najib intende cambiare il sistema politico e socioeconomico rendendolo più inclusivo sotto il profilo etnico, una prospettiva tuttavia avversata dalle frange radicali del partito e dal sistema giudiziario (come dimostra la condanna di Anwar). Il calo di popolarità del Primo ministro è anch'esso un disincentivo a realizzare ulteriori riforme e tagli ai privilegi riservati ai malesi fino al 2018.

La stabilità interna non è comunque in pericolo nell'immediato futuro, malgrado il paese risulti oggi più esposto al rischio di disordini e scontri interrazziali. Vero è che nel 2013 vi sono state proteste di massa contro i presunti brogli che avrebbero alterato i risultati elettorali, ma da allora è tornata la calma. È probabile, tuttavia, che il crescente malcontento dei sostenitori dell'opposizione verso le pratiche governative scatenerà ulteriori manifestazioni, specie nel periodo precedente alle elezioni 2018. Un altro rischio potenziale è rappresentato dal rientro in patria dei militanti musulmani radicali che hanno combattuto in Siria e in Iraq. La Malesia, tuttavia, si è sempre fatta promotrice dell'Islam moderato e i suoi organi statali e i servizi d'intelligence dovrebbero riuscire a mitigare la minaccia nazionale di attacchi islamisti.

Una prospettiva economica positiva ancorché vulnerabile agli shock esterni

La Malesia non è più la "tigre economica" dell'epoca anteriore alla crisi finanziaria asiatica del 1997-98, tuttavia il paese ha continuato a registrare ottimi risultati e usufruisce oggi dei benefici accumulati nel tempo. Anni di crescita sostenuta hanno contribuito a costruire la solidità delle variabili economiche fondamentali, caratterizzate da stabilità macroeconomica, debito estero modesto, tassi di investimento elevati, povertà ridotta (anche se sono aumentate le diseguaglianze all'interno dei gruppi etnici), disoccupazione contenuta e avanzo corrente cronico.  La Malesia è un creditore estero netto con un rapporto debito estero/PIL sostenibile, sceso ora al livello pre-2008, ossia intorno al 38%. Il paese è ancora molto orientato all'export, ma dal 2006 in poi la quota del commercio estero sul totale dell'attività economica (il primo partner commerciale è la Cina) si è ridimensionata in maniera costante. Nonostante l'evidente tendenza a dipendere sempre meno dai mercati esteri, occorre osservare che le esportazioni di merci rappresentano ancora il 70% del PIL della Malesia e influenzano fortemente gli sviluppi economici.

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La marcata apertura economica espone nettamente la Malesia agli shock esogeni, come si è visto durante la crisi finanziaria asiatica e la crisi mondiale del 2009. In entrambi i casi, il paese è entrato in recessione per poi riprendersi rapidamente. Il tasso di crescita medio del PIL è sceso gradualmente al 5% dall'8,5% e più del   periodo precedente alla crisi asiatica. L'anno scorso, con il 4,7%, si è registrato il valore più basso degli ultimi quattro anni. Responsabili sono stati il calo dei prezzi delle commodity (che rappresentano oltre 1/5 delle esportazioni totali e sono dominate dal petrolio e dal gas) e la tiepida domanda estera (soprattutto USA/UE) non sufficientemente compensata da quella della Cina, anch'essa in fase di rallentamento. Il forte slancio di quest'anno (+6,2% nella prima metà dell'esercizio) conferma invece le previsioni positive per il 2014 (vicine al   6%) che rimangono tuttavia condizionate dall'incerto contesto globale. Gli elementi di sostegno alla crescita sono molteplici e vanno da un export resiliente, dove i beni chiave sono rappresentati dall'elettronica e dalle commodity (soprattutto petrolio, GNL e olio di palma), ai servizi, alla produzione industriale.

Anche la domanda di consumo si presenta solida. A trainarla è un'ampia e prospera classe media urbana. La spesa per i consumi privati potrebbe essere ostacolata dalla presenza di condizioni meno favorevoli – p. es. il rialzo dei prezzi al consumo (cfr. sotto) – e dal persistere dell'elevato indebitamento delle famiglie, che deriva per metà dai mutui ipotecari a tasso variabile. Quest'ultimo aspetto, valutato a più dell'85% del PIL, rappresenta un rischio per la stabilità interna, anche se attenuato dalla maggiore consistenza dei beni finanziari delle famiglie, che in caso di shock negativo potrebbero rappresentare un buffer. Data l'accelerazione del tapering della Fed, il paese si presenta vulnerabile ai deflussi di capitale dai mercati emergenti. Il caso precedente, verificatosi intorno alla metà del 2013, ha portato in pochi mesi a un ribasso del ringgit pari al 10%.

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Nel complesso, tuttavia, la Malesia dovrebbe essere in grado di resistere a questo rischio di flessione e di limitarlo alla possibilità di un'accentuata volatilità dei capitali a breve termine, grazie al consolidamento della domanda interna, al ribilanciamento economico e al rafforzamento del settore finanziario. Si osservi inoltre che la banca centrale dispone di un ampio margine di riserve in valuta estera (che coprono circa 6 mesi di importazioni e rappresentano più del doppio del debito a breve termine) ed è probabile che tale disponibilità manterrà la fiducia degli investitori nei confronti del paese, come evidenziato dalla graduale rivalutazione del ringgit nell'anno in corso.

Una stretta economica per rimediare agli squilibri

Nell'immediato futuro, il paese continuerà ad adottare un mix di politiche del rigore che potrebbero nuocere in qualche misura alla crescita di medio periodo del PIL. Da un lato, per la prima volta dal 2011, la banca centrale ha aumentato i tassi d'interesse, motivata dalla rapida crescita e dall'accelerata delle pressioni inflazionistiche – in rialzo (verso quota 3,5-4%) per via dei tagli alle sovvenzioni, e destinate probabilmente a ripresentarsi dopo l'introduzione dell'imposta sui beni e i servizi (GST, Goods & Services Tax) nel 2015.

Dall'altro, Kuala Lumpur deve misurarsi con forti squilibri di bilancio, effetto dei pesanti deficit che si sono succeduti a partire dal 2008 e che hanno alimentato il debito pubblico. Di fatto, la politica fiscale aggressiva adottata per stimolare la domanda interna dopo la crisi mondiale ha finito per deteriorare le finanze pubbliche del paese, tanto da trasformarlo in uno dei peggiori performer del Sud-est asiatico. Il consolidamento di bilancio è quindi inevitabile e sarà portato avanti, in particolare, attraverso la riduzione dei sussidi all'acquisto di  combustibili, elettricità e generi alimentari (in parte compensati da trasferimenti agli indigenti), l'introduzione della GST e la moderazione delle spese per lo sviluppo. Conseguentemente, il deficit del bilancio consolidato del governo dovrebbe diminuire in maniera molto graduale, dal valore record di 6,8% del PIL nel 2013 a meno del  5% a partire dal 2016. Per il debito pubblico, che ha raggiunto la quota record del 57% del PIL (tra le più elevate della regione), è previsto un calo che sarà solo progressivo nei prossimi anni, e ciò significa che il dato sarà monitorato dagli investitori, i quali vorranno verificare che consolidamento di bilancio non venga disatteso. Il fatto che il debito sia detenuto principalmente da investitori nazionali nell'ambito di un più profondo mercato interno dei capitali mitiga i rischi connessi a crisi valutarie o shock finanziari esterni.

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Un potenziale di crescita elevato: abbastanza per evitare la "trappola del reddito medio"?

La rielezione di Najib Razak ha amplificato le prospettive di continuità programmatica, in particolare per quanto riguarda il suo ambizioso piano decennale di trasformazione economica (Economic Transformation Plan, ETP). L'ETP si prefigge di migliorare la competitività del paese e ha già fruttato un aumento degli investimenti che, insieme al contenimento delle esportazioni di commodity, ha ridimensionato notevolmente l'avanzo corrente a partire ormai dal 2011 (dall'11,6% al 4% del PIL, lo stesso valore previsto anche per il medio periodo). Obiettivo ultimo del Primo ministro è trasformare la Malesia in un paese ad alto reddito entro il 2020, allontanandola dalla categoria di reddito medio-alto alla quale attualmente appartiene. Oggi il PIL pro capite della Malesia, che supera quota 10.000 USD, è decisamente inferiore a quello di paesi vicini equiparabili (p. es. Taiwan). La   diversificazione economica non ha propriamente funzionato, mentre l'industria manifatturiera deve combattere   con una forte concorrenza regionale, in particolare nel settore dell'elettronica, e cerca di conseguire livelli di reddito più elevati, lasciando al settore delle commodity il ruolo di primo motore di crescita del commercio. Al fine di migliorare le prospettive economiche ed evitare la trappola del reddito medio, che minaccia tanto la Malesia quanto la vicina Tailandia, sarebbe dunque opportuno affrontare le carenze a livello di produttività e R&D. Per raggiungere questo obiettivo non basta avere una maggiore disponibilità di lavoratori altamente qualificati e sviluppare ulteriormente il settore terziario; servono anche riforme istituzionali volte a trasformare il quadro politico ed economico complessivo.

Nel frattempo, le prospettive di crescita di medio periodo appaiono ancora promettenti, grazie ai progetti infrastrutturali previsti, all'attrattiva del clima degli investimenti (esteri) e al favorevole profilo demografico. L'economia malese continuerà ad avere a proprio vantaggio una popolazione attiva giovane – nonostante il calo del tasso di fertilità – soprattutto nel confronto con i paesi vicini. Inoltre, il contesto imprenditoriale è uno dei migliori in Asia, tanto da valerle l'inserimento nella categoria "A" del rischio commerciale sistemico. Le aziende hanno sicuramente più vantaggio a fare impresa in un paese politicamente stabile. Lo Stato di diritto funziona, il mercato del lavoro è abbastanza flessibile, l'economia è molto aperta e competitiva, le infrastrutture sono adeguatamente sviluppate, mentre gli aspetti più frequentemente additati come ostacolo agli affari sono la corruzione e la burocrazia.

Analista rischio paese: The Risk Management Team, r.cecchi@credendogroup.com